Il vermouth non è nato come semplice bevanda. È nato come invenzione precisa. Ha una data e un luogo esatti: Torino, 1786. Da lì è cominciata una storia lunga due secoli. Ha attraversato la corte sabauda e il commercio internazionale. Ha attraversato anche l’architettura dei caffè cittadini. Per capire l’aperitivo torinese di oggi bisogna partire da qui. Bisogna partire da una bottega davanti al Palazzo Reale, in un angolo di città che oggi definiremmo il salotto buono di Torino.

Il 1786 e l’invenzione di Carpano

L’inventore si chiama Antonio Benedetto Carpano. È un giovane liquorista, con studi da erborista alle spalle. Lavora in una bottega di piazza Castello, di proprietà di un altro commerciante. Lì mette a punto una formula nuova. Usa vino bianco, alcol, zucchero e un’infusione segreta di oltre trenta erbe e spezie. L’assenzio è l’ingrediente chiave. Il risultato è più equilibrato dei vini aromatizzati che circolavano fino ad allora. Carpano ne invia una cesta al re Vittorio Amedeo III. Il sovrano lo apprezza al punto da adottarlo tra i consumi di corte. Da quel momento il successo è rapido. Secondo le cronache dell’epoca, la bottega arriva a restare aperta ventiquattro ore su ventiquattro.

Carpano non fu il primo in assoluto a creare un vino aromatizzato. Fu però tra i primi a trasformarlo in un prodotto riconoscibile e replicabile. Pose così le basi di un’intera categoria merceologica, quella del vermouth come lo conosciamo oggi. L’attività di famiglia continuò a crescere nell’Ottocento. Nel 1870, nella stessa bottega, nacque anche un altro prodotto simbolo, il Punt e Mes. Tra i clienti storici della casa figurano nomi come Cavour e Giuseppe Verdi, a testimonianza di quanto il vermouth fosse diventato presto un’abitudine delle classi colte torinesi. Con il tempo, la produzione si sposta dal retrobottega a veri stabilimenti industriali, ma la ricetta di base resta fedele all’idea originale di Carpano.

L’aperitivo come architettura sociale

Con il vermouth nasce anche un’abitudine nuova. Si comincia a bere non per curarsi, ma per il piacere di un momento condiviso. A Torino questo momento ha avuto per decenni un nome preciso: “l’ora del vermouth”. Era un appuntamento fisso della giornata borghese. Non era solo il contenuto del bicchiere a contare. Contava anche il contesto: un tavolino, una conversazione, un luogo pensato apposta per l’incontro. I caffè cittadini diventano così qualcosa di più di semplici locali di consumo. Diventano salotti pubblici. Sono spazi dove si intrecciano affari, politica e letteratura. È una funzione sociale precisa, quasi un’infrastruttura urbana. Spiega perché ancora oggi l’aperitivo torinese conservi un rituale scandito da gesti riconoscibili, diversi da quelli di altre città italiane.

L’epoca Liberty e i caffè come scenografia

Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, Torino vive una stagione architettonica particolare. Nel 1902 la città ospita l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna. L’evento consacra Torino come punto di riferimento italiano per lo stile Liberty. Questa influenza si riversa anche nei caffè storici. Molti locali vengono decorati con boiserie in legno, specchi, marmi e lampadari. Il momento del caffè o dell’aperitivo diventa così anche un’esperienza visiva. Non è un caso che diversi locali storici della città conservino ancora oggi questi arredi originali. Fanno parte di un’epoca precisa. In quegli anni bere un vermouth significava anche entrare in uno spazio pensato con cura estetica, non solo funzionale. L’architettura diventa parte del rito quanto la bevanda stessa.

Il bicerin, un rito parallelo

Accanto al vermouth, Torino custodisce un’altra bevanda diventata simbolo cittadino: il bicerin. È un mix caldo di caffè, cioccolato e crema di latte. Nasce nel 1763 in un caffè del centro storico. È l’evoluzione della settecentesca “bavarèisa”, una bevanda simile già diffusa in città all’epoca. Se il vermouth racconta il rito del pomeriggio e della sera, il bicerin racconta un altro momento della giornata. È la bevanda del mattino freddo, o del pomeriggio invernale. Si beve in locali con tavolini di marmo bianco e pareti rivestite di legno, arredi arrivati fino a noi quasi immutati.

I due riti, quello del vermouth e quello del bicerin, restituiscono insieme la stessa immagine. Quella di una città che ha sempre trattato il bere come un’occasione sociale strutturata. Con luoghi, orari e gesti propri, più che come semplice consumo. Anche il legame con la corte sabauda accomuna le due tradizioni. Entrambe le bevande, nate a pochi decenni di distanza l’una dall’altra, sono diventate ambasciatrici della stessa idea di convivialità torinese, fatta di lentezza e cura del dettaglio.

Un patrimonio da leggere, non solo da bere

Capire la storia del vermouth torinese significa leggere la città con occhi diversi. Ogni bicchiere servito in un caffè Liberty porta con sé due secoli di storia. È una storia commerciale, ma anche sociale. Parte dalla bottega di Carpano e arriva fino ai saloni decorati di inizio Novecento. È un patrimonio che va oltre il gusto. Racconta come una città abbia costruito, attorno a un’invenzione enologica, un intero linguaggio fatto di architettura, abitudini e convivialità. Per chi visita Torino, conoscere questa storia cambia il senso di un gesto quotidiano. Un semplice aperitivo diventa qualcosa di più. Diventa un gesto che ripete, senza saperlo, due secoli di rituale cittadino.

di Martina Prigione

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